CONTESTAZIONE PER L'ACCENSIONE DELLA FIAMMA OLIMPICA
firenzenowar | 24 Mar, 2008, 15:19 | Generale | (161 Reads)

 

Militanti di Reporters Sans Frontieres cercano di interrompere il discorso inaugurale

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Olimpiadi, accesa la fiaccola

Contestazione durante la cerimonia

 

 

 

 

OLIMPIA-GRECIA La fiamma olimpica è stata accesa. E come era prevedibile la questione tibetana ha fatto irruzione attraverso le contestazioni nella cerimonia che si è svolta nell'antico sito di Olimpia. 

 CONTESTAZIONI- A Olimpia la polizia greca ha blindato il sito archeologico in occasione della cerimonia per l'accensione della fiaccola, che è avvenuta alle 10,45 italiane con gli specchi ustori al tempio di Hera a Olimpia. Si temeva infatti un gesto mediatico degli attivisti tibetani davanti a centinaia di giornalisti e migliaia di persone che hanno seguito la cerimonia, fatto però che è puntualmente avvenuto. Non erano però tibetani, bensì rappresentanti di Reporters sans Frontières, l'associazione che si batte per i diritti della libera stampa, quelli entrati in azione mentre parlava Liu Qi, presidente del comitato organizzatore di Pechino 2008. Due gli attivisti in azione, Jean-François Juilliard e Vincent Brossel: uno ha sventolato una bandiera con i cinque cerchi olimpici a forma di manette e la scritta «boicottate i Paesi che disprezzano i diritti umani», l'altro ha cercato di impadronirsi del microfono. Sono stati subito bloccati dal servizio di sicurezza. Una dozzina di manifestanti ha poi inscenato una protesta nelle strade di Olimpia. «È triste che avvengano queste cose», ha dichiarato in seguito Rogge, «almeno però non si è trattato di manifestazioni violente».

SOSPESA «DIRETTA» - La televisione cinese ha sospeso brevemente la trasmissione in diretta della cerimonia durante la contestazione. Le immagini sono state diffuse in leggera differita, nonostante fosse stata annunciata la «diretta». Il programma si è interrotto per alcuni secondi, senza alcuna spiegazione, poco dopo l’inizio del discorso di Liu Qi e sono state mandate in onda immagini di archivio di Olimpia e di una vecchia torcia olimpica.

LA RICHIESTA- Un gruppo di dissidenti tibetani aveva annunciato che avrebbe inscenato una protesta durante la cerimonia d’accensione. Tenzin Dorjee, portavoce del gruppo degli Studenti per un Tibet libero, ha chiesto al Cio di escludere il Tibet dal percorso della torcia ma le autorità cinesi hanno già fatto sapere che il percorso stabilito sarà rispettato, compresa la scalata dell'Everest con la fiaccola olimpica.

 

La contestazione mentre parlava il presidente del Comitato organizzatore di Pechino (da Sky Tg24)

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Spese militari, è record
firenzenowar | 23 Mar, 2008, 09:44 | Generale | (168 Reads)

Armi per 1.200 miliardi di dollari

Usa in testa, rincorsa di Cina e Russia

 

Il mondo è sempre più imbottito di armi. Ogni anno i Paesi della Terra spendono oltre 1.200 miliardi di dollari per mantenere i loro eserciti. La quarta parte di questa cifra, e cioè 300 miliardi di dollari, è investita nell’acquisto di nuovi carri armati, nuovi aerei sempre più micidiali, nuove diavolerie tecnologiche con cui gli esseri umani si massacrano. Al crollo dell’impero sovietico la corsa agli armamenti si fermò. «Gli studi per la produzione di una nuova generazione di armi—spiega il generale Fabio Mini—furono abbandonati ». Negli ultimi anni sono ripresi alla grande. A metà febbraio l’Air Force degli Stati Uniti ha firmato un contratto con la Boeing per installare sui caccia un raggio laser in grado di annientare jet nemici. Lavora alla tecnologia laser anche la Northrop Grumman e i suoi dirigenti ritengono che le armi laser sostituiranno i missili tattici. «Questo tipo di armi sono già pronte per la battaglia», esulta Myke Booen, vicepresidente della Raytheon Missile Systems.

Molti progetti sono top secret. Ma i programmi resi noti sono già sufficientemente impressionanti. Si parla di armi a microonde, raggi elettromagnetici, armi ad energia diretta che impiegano alte frequenze in grado di far evaporare i corpi investiti. La Russia ha sviluppato armi termobariche, un miscuglio di esplosivi e carburanti realizzato grazie a una manipolazione della materia a livello atomico. Su impulso di Vladimir Putin, l’industria della Difesa russa assorbirà quest'anno 40 miliardi di dollari. Ma siccome Mosca nutre l’ambizione di imporsi di nuovo sullo scacchiere internazionale, ha preparato un vasto piano da completare entro il 2020 per aerei (fra cui velivoli Stealth, «invisibili»), missili, sottomarini e armi di nuova generazione. Anche la Cina si è lanciata nel settore dell’alta tecnologia.

All’inizio di marzo ha annunciato di aver stanziato per quest’anno 58 miliardi di dollari per spese militari, il 18 per cento in più rispetto al 2007. «Tuttavia—osserva Giovanni Gasparini, dell’Iai, Istituto affari internazionali — Russia e Cina non sono in condizione di competere con gli Stati Uniti, l’unica potenza globale. La loro tecnologia è indietro di vent’anni, possono giocare solo un ruolo in ambito regionale ». Difatti l’India, che in passato riempiva gli arsenali con armamenti di produzione sovietica, si è ritrovata con mezzi che spesso sono autentici rottami. E ha deciso di approvvigionarsi sul mercato degli Stati Uniti, dove investirà 45 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. In più, è pronta a sborsare 10 miliardi di dollari per l’acquisto di 126 aerei da combattimento. In un mondo che piange per la crisi economica, il settore degli armamenti va a gonfie vele. Non solo in America, anche in Europa. In Italia Finmeccanica, con le sue società satelliti, vanta floridi bilanci. La ricerca nel campo dei mezzi di distruzione porta anche benefici. «In passato—dice il generale Mario Arpino, amministratore delegato di Vitrociset— soluzioni escogitate in campo militare hanno poi trovato un largo impiego nel settore civile. Oggi sta avvenendo il contrario: la ricerca civile, soprattutto nell’elettronica, è sfruttata dai militari».

I più spendaccioni in assoluto rimangono gli Stati Uniti. Washington dedica il 4,7 per cento del prodotto interno lordo al settore della Difesa. L’Europa solo l’1,8. Nel 2006 gli Stati Uniti hanno investito 141 miliardi di euro per gli equipaggiamenti, mentre i 26 Paesi europei messi insieme sono arrivati appena a quota 39 miliardi di euro. Un divario così alto complica la possibilità di collaborazione tra occidentali. Se si vuole avere un’idea delle spese che comportano le Forze armate americane, basta pensare alle portaerei. Washington ne ha 12, ognuna è come un villaggio di circa 5mila abitanti. L’ultima arrivata è la Reagan, lunga come tre campi di calcio. Pattugliano tutti gli oceani, portandosi dietro ognuna una scia di decine di navi di supporto, un battle group capace di sferrare attacchi su ogni angolo della Terra.

Con l’uscita di scena di George W. Bush le cose non cambieranno. Le Forze armate continueranno a ricevere fiumi di dollari se alla Casa Bianca arriva il repubblicano McCain. Ma anche se diventa presidente un democratico, perché Hillary Clinton promette di «espandere e modernizzare il settore militare» e Barack Obama vuole reclutare «65 mila uomini in più per l’esercito e ampliare di 27 mila unità i ranghi dei marines». Finora i conflitti si sono consumati sulla terra, sui mari e nei cieli. In un futuro molto prossimo potrebbero investire lo spazio. Quando il 21 febbraio scorso gli Stati Uniti hanno abbattuto un loro satellite da ricognizione che era finito fuori controllo, la Cina e la Russia hanno protestato, accusando gli americani di aver compiuto quell’operazione solo a scopo sperimentale. Cioè, per verificare se la loro tecnologia anti- satellite funziona. In effetti ha funzionato. In caso di guerra, abbattere o semplicemente accecare i satelliti dei nemici, potrebbe diventare una mossa decisiva.

Marco Nese
23 marzo 2008

Corriere della Sera 

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Le primavere di Mitrovica
firenzenowar | 22 Mar, 2008, 10:38 | Generale | (537 Reads)
Le primavere di Mitrovica

Un racconto in presa diretta degli scontri di lunedì 17 marzo tra i serbi, le forze di polizia Unmik e i soldati della Kfor. Da un cooperante italiano che vive in Kosovo da due anni.

Giornata uggiosa quella di lunedì. Mitrovica si è svegliata sotto un cielo triste, quasi a voler piangere gli ultimi suoi caduti, quelli degli scontri del 17 marzo di 4 anni fa, quando, a seguito di alcune sommosse partite da Mitrovica ed estesesi poi in tutto il Kosovo persero la vita 19 persone e molte case serbe e chiese ortodosse subirono danni. La simbologia e gli anniversari in questa parte dei Balcani sono nitidamente vivi e impressi nella memoria della sua gente, sono tanti infatti gli eventi di rilievo avvenuti in questo principio di primavera. Dallo scoppio della guerra tanta acqua è passata sotto il fiume Ibar e Mitrovica ha subito significativi mutamenti. Tra questi, la divisione ben marcata della città pattugliata costantemente dalla Kfor, l’interruzione o comunque l’arretramento, dal 2004, del dialogo interetnico avviato da tante organizzazioni dalla fine della guerra, una ben visibile diffidenza tra le due maggiori etnie divise dal ponte. Da ultimo, come forma di cambiamento che ha lasciato traccia indelebile su quelle che sono le relazioni presenti e future delle due maggiori parti in causa, va annoverata la dichiarazione unilaterale di indipendenza del governo di Pristina del 17 febbraio 2008, appena un mese fa.

Gli scontri di lunedì, sebbene avvenuti esattamente 4 anni dopo ed aventi sempre lo stesso epicentro, Mitrovica, presentano una differenza sostanziale rispetto al 2004: mentre allora la partita si giocava tutta tra serbi ed albanesi con Kfor che faceva da arbitro, per una sfida che per il quieto vivere di tutti, internazionali compresi, ha portato alla divisione netta della città in due parti, lunedì dalla tribuna gli albanesi guardavano i due protagonisti, i serbi e la Kfor, contendersi una partita ben più difficile consumata tutta sull’indipendenza. Proprio perchè ancora in corso, in quest’ultima sfida i contorni sono molto più sfumati e meno nitidi. Sicuramente bisognerà attendere i tempi supplementari prima che la cicatrice dell’indipendenza si possa rimarginare e assumere una forma compiuta. Non dovrebbe risultare utopistico parlare oggi di divisione della parte nord dal resto del Kosovo, e restituirla, con un forte grado di autonomia, alla vecchia madrepadria. Così come ulteriori e più sanguinosi scontri estesi in altre zone del Kosovo potrebbero, spingere un consistente numero di serbi a riparare altrove. Il vaso di pandora è stato appena scoperchiato: dal 17 febbraio una serie di vicende e ritorsioni serbe hanno sempre più spinto l’amministrazione Unmik a prendere provvedimenti e decisioni precise in quella parte nord del Kosovo che per nove anni l’ha vista latitante. Prima con le proteste lungo il confine nord, poi con l’entrata, ad insaputa di Unmik, di un treno proveniente dalla Serbia, poi con la protesta dei poliziotti serbi allontanatisi dal servizio perchè non riconoscevano la nuova istituzione che li rappresentava ed infine, venerdì 14 marzo, con l’occupazione del Palazzo di Giustizia da parte di una cinquantina di manifestanti serbi che hanno piantato la bandiera serba sul tetto. Questo per citare i fatti più eclatanti che sembrano portare Unmik a mostrare una determinazione sempre più forte. Si è arrivati infatti alla giornata del 15 marzo ed alla secca dichiarazione di Rucker per le violazioni appena perpetrate dai serbi.

Il ripristino della legge e dell’ordine richiesto con forza dal Rappresentante Unmik in Kosovo non lasciava presagire nulla di buono. Tant’è che alle 5.30 di ieri la polizia Unmik e Kfor, hanno fatto irruzione nel palazzo occupato hanno arrestato i circa 50 occupanti serbi. Alle 5.30 del mattino però la nuova partita era appena iniziata lasciando circa 80 manifestanti serbi feriti, due in maniera grave e circa 25 tra poliziotti Unmik e soldati Kfor feriti. Fonti Kfor parlano di tre soldati francesi feriti gravemente la mattina durante le operazioni di sgombero e di un soldato ucraino, seriamente ferito negli scontri, che è morto questa mattina. Le continue «forzature» dei serbi del nord e l’uso di armi automatiche da parte degli stessi in pieno centro cittadino dovrebbero far riflettere, e non poco, sulla scarsa presa di Unmik e del suo potere in queste zone durante questi lunghi 9 anni.
Mitrovica, svegliatasi sotto una pioggerella primaverile ha sentito il boato delle armi. La parte sud della città, quella albanese, indifferente per quanto stava succedendo oltre il fiume, ma ben informata dei fatti, si accingeva a riversarsi per strada e nei caffè, nel mercato di frutta e verdura, nei tanti negozi di telefonia. I serbi a nord, già dalle otto del mattino scendevano per strada. Tanta era la rabbia tra i giovani, tanta l’amarezza per questo inaspettato uso della forza da parte della Kfor. Stojan infatti sosteneva che la ferita del 17 marzo 2008 è molto più profonda rispetto a quella di un mese fa. «Per l’indipendenza almeno eravamo preparati», ripeteva.

La folla era in fermento verso le le 12.30. La manifestazione sebbene programmata per la solita ora, 12.44, rischiava di non tenersi. Tante erano le voci di dissenso e di confusione. Maxo, gestore del Caffe Paris diceva che un giornalista italiano era stato spintonato e privato della sua telecamera. Un suo vicino preoccupato diceva che una persona serba di trent’anni era stata uccisa. Nonostante gli animi irrigiditi, la manifestazione si è tenuta lo stesso. Da spettatore, insieme soltanto a due giornalisti russi, ho avuto modo di vedere non più di 250 persone, tra loro anche molti signori di mezza età, che inveendo contro gli occupatori e sventolando bandiere serbe hanno marciato pacificamente fino a raggiungere sul ponte il monumento eretto in onore dei caduti serbi durante i bombardamenti Nato. La manifestazione, molto composta, raggiunto il posto è rimasta per più di un minuto in religioso silenzio commemorando appunto i suoi morti. Un cordone di persone ai lati della strada, sicuramente per ripararsi dalla pioggia, seguiva con gli occhi. Tra questi anche due energiche signore che notando i due giornalisti con la telecamera si sono dirette immediatamente da loro chiedendogli la nazionalità. Ritornando col sorriso ad alta voce ripetevano «Russia, Russia». Come per dire sono nostri amici, non temete.
Dalle due in poi la tensione si è smorzata, la gente ha lasciato la strada per riempire i bar e commentare ancora una volta l’ennesima sfida ben riuscita contro le forze di occupazione. La ferità resterà aperta ancora a lungo ed in discussione ci saranno non soltanto gli equilibri politico-diplomatici tra le forze occidentali e non, ma anche la stessa relazione per chi, occupandosi di cooperazione è costretto a confrontarsi con istituzioni locali serbe ed il mondo dell’associazionismo. La spaccatura tra i diversi sogetti istituzionali, da oggi 18 marzo sarà ancora più profonda. Le ricadute negative di breve periodo saranno tutte per coloro che dovranno misurarsi con esse. Organizzazioni internazionali e non.

Cooperante italiano, da due anni in Kosovo

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Il «problema tibetano»
firenzenowar | 20 Mar, 2008, 14:42 | Generale | (217 Reads)
Il «problema tibetano»

 

Piero Verni

[19 Marzo 2008]

Le radici della protesta in un articolo di Piero Verni, tibetolo, pubblicato sul sito di Lettera22

In queste ore nelle strade di Lhasa, pattugliata da oltre 20.000 soldati cinesi e da una cinquantina di blindati dell’Armata Rossa, decine e decine di prigionieri politici tibetani sfilano sui carri dell’esercito di Pechino ammanettati e a testa bassa mentre dagli altoparlanti una voce metallica intima a quanti non sono stati ancora arrestati di consegnarsi prima che sia troppo tardi. E sempre in queste ore sono stati affissi sui muri della cosiddetta Regione Autonoma del Tibet e delle contee e aree tibetane incorporate nelle province del Sichuan e del Gansu, manifesti in cui si avverte la popolazione che ogni assembramento verrà immediatamente sciolto con la forza dalla Polizia Armata che ha l’ordine di sparare sulla folla.
Questo è la situazione del Tibet odierno, governato da quella Cina che si sta gioiosamente preparando a celebrare la sua parata olimpica pronta ad incassare il plauso e la meraviglia del mondo per le sue conquiste e le sue scintillanti vetrine. Quella Cina autorefenrenziale che parla di sé come di una “società armoniosa” che grazie al “socialismo di mercato” è proiettata verso un futuro di superpotenza economica e grazie alla forza dei suoi muscoli (pochi giorni or sono Pechino ha aumentato del 18% il suo già oneroso budget per le spese militari) anche di superpotenza politica.
In un’intervista rilasciata alla giornalista Ursula Gauthier e pubblicata in gennaio dal settimanale francese le Nouvel Observateur, il Dalai Lama affermava che nel corso dell’ultimo incontro che i suoi inviati avevano avuto nel giugno 2007 con alcuni dirigenti cinesi, questi ultimi avevano “puramente e semplicemente negato l’esistenza di un problema tibetano”.
Adesso quei dirigenti dovranno ricredersi. Adesso, che a Lhasa sono esplose incontenibili la rabbia, la frustrazione, il furore delle donne e degli uomini del Tibet esasperati da oltre cinquant’anni di giogo coloniale brutale e inflessibile. Adesso, che a Labrang, Ngaba, Ganja, Machu e in altre località del Tibet storico si susseguono manifestazioni e proteste invariabilmente represse nel sangue. Adesso, che ovunque nel mondo si manifesta la disperazione del popolo tibetano.
L’orrore della carneficina di Lhasa. L’orrore delle fotografie dei cadaveri degli assassinati dalle pallottole cinesi sparate ad altezza d’uomo. L’orrore dei rastrellamenti, delle incarcerazioni indiscriminate, delle torture. Tutto questo dimostra che esiste un problema tibetano. Esiste per Pechino ma esiste anche per la diplomazia internazionale che fatica a rimanere muta, cieca e sorda (come certamente vorrebbe) di fronte alla tragedia che si sta consumando sul Tetto del Mondo.
E il problema tibetano è molto semplice, pur nella sua drammatica complessità. Il dominio cinese, in oltre sessant’anni di repressioni, non è riuscito a normalizzare il popolo tibetano né all’interno né all’esterno del Tibet. Le immagini che in questi giorni stanno circolando sui circuiti televisivi e sulla Rete, ci fanno vedere come la protesta sia portata avanti principalmente da giovani e giovanissimi. Che si tratti di laici o di monaci, si tratta sempre di persone che non erano nemmeno nate nel 1959. Che nonostante tutta la retorica e la disinformazione cinese continuano ad essere fedeli all’identità tibetana e non si piegano al pugno di ferro di Pechino. Che continuano a sperare e a lottare per un Tibet libero. Per rangzen, il termine tibetano che designa l’indipendenza così come quello sanscrito swaraj di gandhiana memoria.
Non a caso “Rise up, resist, return” (Insorgi, Resisti, Ritorna) è lo slogan principale di quella “Marcia Verso il Tibet” che cinque organizzazioni della diaspora tibetana hanno fatto partire da Dharamsala il 10 marzo e che attualmente, dopo un primo stop provocato dalla polizia indiana che il 13 marzo aveva arrestato i primi cento marciatori, è ripresa e proprio oggi ha lasciato lo stato indiano dell’Himachal Pradesh ed è entrata in quello del Punjab puntando verso Nuova Delhi. Oggi il popolo tibetano sente che l’occasione olimpica mette come non mai la Repubblica Popolare Cinese sotto i riflettori dell’opinione pubblica internazionale e questa consapevolezza, insieme alla sempre più forte disperazione, ha acceso una scintilla che a Lhasa come a Dharamsala, come in tanti altri luoghi ha convinto i tibetani ad agire. Credo sia importante sottolineare il peso che proprio la “Marcia Verso il Tibet” intrapresa dagli esuli in India ha avuto e continua ad avere per la situazione tibetana. Anche se sono da escludere le capacità organizzative di cui parlano i cinesi, che accusano la “cricca del Dalai Lama” di essere la responsabile dell’insurrezione di questi giorni, è però molto probabile che le notizie della “Marcia” diffuse in Tibet attraverso un passaparola di telefonate, Sms, Mms, lettere (non Internet perché in Tibet la comunicazione telematica è strettamente controllata dall’apparato poliziesco), ascolti collettivi dei programmi di Radio FreeAsia, siano state per i tibetani una ulteriore spinta a protestare. E infatti tra il 10 e il 13 marzo, mentre in India la “Marcia Verso il Tibet” si snodava lungo le strade dell’Himachal Pradesh, a Lhasa cominciavano a tenersi le prime manifestazioni. Dapprima sparuti gruppi di monaci poi masse sempre più ingenti di laici e religiosi, sono scese nelle strade della capitale tibetana per protestare contro l’occupazione cinese.
Sarà bene ricordarlo. Si è trattato per almeno tre giorni di manifestazioni assolutamente pacifiche dove non è volata nemmeno una pietra ma si sono uditi solo slogan e preghiere. Nonostante questo Pechino ha risposto immediatamente con la solita brutalità e durezza. Manifestanti arrestati e torturati in prigione, asfissianti controlli di polizia, monasteri assediati per impedire ai monaci di uscire. Ed è a questo punto che la collera dei tibetani è esplosa incontenibile contro ogni segno visibile della presenza cinese. I simboli dell’occupante (negozi, edifici, automobili) sono stati presi a sassate, divelti e a volte dati alle fiamme. In qualche sporadico caso a fare le spese della frustrazione tibetana sono stati anche alcuni coloni cinesi. I nodi di decenni di vite vissute come cittadini di terza classe nel proprio Paese, decenni di angherie, umiliazioni, sofferenze, discriminazioni sono infine venuti al pettine.
E’ difficile capire cosa stia passando nella testa della nomenclatura cinese in questo momento. Difficile stabilire se il segnale che sta arrivando loro dalle vie e dalle piazze di Lhasa, dai monasteri e dai villaggi dell’Amdo (luogo natale dell’attuale Dalai Lama) e del Kham, perfino da alcuni insediamenti dei nomadi, li farà recedere dalla posizione di totale chiusura in cui si sono autorinchiusi. Difficile capire se almeno qualcuno nelle stanze dei palazzi del potere di Zhongnanhai stia rimpiangendo di non aver dato ascolto e spazio alla posizione moderata e disponibile del Dalai Lama. Di aver sempre sempre chiuso in faccia la porta alla richiesta di dialogo del Dalai Lama. Di aver detto sprezzantemente ai suoi inviati che “non esiste alcun problema tibetano”.
Di almeno una cosa però adesso, grazie all’eroismo e al sacrificio di centinaia di persone, possiamo essere certi. Hu Jintao, Wen Jiabao e gli altri autocrati di Pechino hanno dovuto prendere atto che esiste un “problema tibetano”. A caldo stanno dando la colpa alla “cricca del Dalai” ma non si deve escludere che possano aver compreso come in realtà stanno le cose. Ed ora si trovano di fronte ad un bivio. Possono illudersi di pensare di risolvere il problema con ancora più repressione, ancora più torture, ancora più condanne a morte, ancora più coloni oppure, realisticamente, comprendere una buona volta l’irriducibilità della questione tibetana. Probabilmente è per loro l’ultima spiaggia. Perché se non ottiene almeno una modesta apertura di credito, la ragionevole politica del Dalai Lama non avrà più alcuna chance agli occhi del suo popolo che già oggi, nonostante l’immensa devozione che lo circonda sul piano religioso, politicamente non convince settori significativi della sua gente.
Nei prossimi giorni vedremo cosa accadrà nel Paese delle Nevi. E’ di pochi istanti fa la notizia che il Dalai Lama, come gesto estremo per porre termine alla carneficina e in risposta alle accuse cinesi di essere il mandante delle manifestazioni, si è dichiarato disponibile a dare le “dimissioni” dalla guida del suo governo. Si tratta probabilmente di una minaccia indirizzata ai dirigenti cinesi affinché gli consentano di poter continuare a chiedere al suo martoriato popolo moderazione. Nei fini e nei mezzi. Dubito che possa essere ascoltato con autentica sincerità da quanti hanno ancora le mani lorde del sangue di centinaia di vittime e non smettono di ricoprire l’Oceano di Saggezza di insulti e contumelie. Comunque vadano le cose però, ritengo che sia indispensabile che continui in India il movimento gandhiano della “Marcia Verso il Tibet” che potrebbe divenire per la questione tibetana, quello che la “Marcia del sale” del Mahatma Gandhi rappresentò per la lotta di liberazione dell’India. E’ fondamentale che la vitalità, l’energia, l’entusiasmo, che la “Marcia Verso il Tibet” sta suscitando tra i tibetani e i loro sostenitori internazionali non si spengano e anzi vengano continuamente alimentati. Solo così infatti le donne e gli uomini del Tibet, dentro e fuori il loro Paese, potranno trovare la forza, l’energia, l’ispirazione per continuare la lotta senza soccombere ai demoni della rabbia cieca, della disperazione e del furore. Solo così la scintilla della battaglia per un Tibet libero potrà rimanere ben viva e visibile a tutti. Anche ai cinesi di buona volontà.
Perché il Tibet viva.

*Piero Verni
Giornalista e studioso delle culture indo-tibetane da oltre vent’anni compie viaggi di studio e ricerca in India, Tibet e nella regione himalayana e a queste aree geo-culturali ha dedicato numerosi articoli e reportage apparsi su pubblicazioni italiane e straniere. Sulle società e sulle tradizioni dello Himalaya, dell’India e del Tibet ha anche scritto diversi libri, tra i quali Vivere in India (Milano 1977); Guida all’India (Milano 1973, 5 edizioni); Dalai Lama. Biografia autorizzata (Milano 1990, nuova edizione aggiornata e ampliata Milano 1998); Tibet: le danze rituali dei lama (Firenze 1990), Mustang, ultimo Tibet (Milano 1994). Piero Verni è inoltre autore di alcuni documentari, tra i quali: Ladak: feste di inverno nel piccolo Tibet; Mustang, ultimo Tibet; Tibet, cuore dell’Asia; Il mio Tibet

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Un deserto chiamato pace
firenzenowar | 19 Mar, 2008, 15:50 | Generale | (120 Reads)
raq - 19.3.2008
Un deserto chiamato pace
Dopo cinque anni di guerra l'Iraq resta diviso e in fiamme
Il presidente statunitense George W. Bush difenderà oggi la decisione d'invadere l'Iraq in un discorso al Pentagono in occasione del quinto anniversario del conflitto. ''È stata una decisione giusta. Questa è una battaglia che l'America può e deve vincere'', spiegherà Bush ai generali a stelle e strisce, gli stessi che non più tardi di una settimana fa hanno diffuso un rapporto nel quale ammettevano che al-Qaeda in Iraq non c'era sotto il regime di Saddam, ma vi è arrivata dopo l'invasione Usa. Secondo le anticipazione diffuse dalla stessa Casa Bianca, Bush sottolineerà i buoni risultati ottenuti con la strategia del surge, adottata l'anno scorso, per la quale ''in Iraq siamo testimoni della prima insurrezione araba su larga scala contro Osama bin Laden, la sua truce ideologia e la sua rete di terrore''.

bush e al-malikiDiscorsi e omissioni. Un riferimento diretto alla migliore idea che abbia avuto l'amministrazione Usa da quando ha invaso l'Iraq: trattare con i sunniti e i loro cosiddetti Consigli del Risveglio, milizie tribali sunnite, che si sono affiancate alle truppe statunitensi nella lotta ai ribelli integralisti legati ad al-Qaeda.
Anche il premier iracheno Nuri al Maliki ha aperto ieri i lavori della Conferenza di riconciliazione nazionale che, per due giorni, riunirà a Baghdad centinaia di delegati di quasi tutti i gruppi politici iracheni, parlando della collaborazione con i sunniti. ''Nonostante i molti progressi politici raggiunti, la strada da percorrere è ancora lunga, piena di sfide e pericoli'', ha dichiarato il premier nel suo discorso d'apertura, nel quale ha anche esortato tutte le forze politiche a sostenere il processo di riconciliazione nazionale. Nel suo discorso, al Maliki ha inoltre rivendicato la formazione di 29 Consigli popolari sunniti, chiamati sahwa, che si battono assieme alle forze governative e a quelle statunitensi contro i guerriglieri e ha affermato che altri 13 consigli dello stesso genere sono in via di formazione.
Quello che però non viene detto è che sarebbe bastato pensarci cinque anni fa, non lasciando il proconsole Paul Bremer III, al quale venne affidata la gestione del dopo Saddam, liquidare in massa la classe dirigente sunnita, consegnandola alla disperazione e all'insurrezione. Non verrà detto, nel discorso di Bush, che la guerra ha avuto, e continua ad avere, un alto costo di vite umane e finanziario, ma aggiungerà che tali ''costi sono necessari se si considera il costo che avrebbe una vittoria strategica dei nostri nemici in Iraq: ritirarsi significherebbe far precipitare il Paese nel caos e imbaldanzire i terroristi''. Esattamente quello che è avvenuto a causa dell'invasione.
La situazione politica in Iraq, dopo cinque anni di guerra, è ben rappresentata proprio da questa Conferenza per la Riconciliazione. Il Fronte della Concordia, principale gruppo parlamentare sunnita, e la lista laica al-Iraqiya, che fa capo all'ex premier Iyad Allawi, hanno boicottato l'appuntamento, bollandolo come una operazione di propaganda a favore del governo. La conferenza fa seguito all'iniziativa svoltasi, sempre a Baghdad, il 17 dicembre del 2006. Maliki ha preferito, per il momento, glissare sulle assenze e ha lanciato un monito all'Iran e alla Turchia, esortando ''i paesi confinanti a non interferire negli affari interni dell'Iraq''.

un miliziano del pkk in azione contro le truppe turcheUn paese spaccato: i curdi al nord. Il primo paese al quale si è riferito, tra le righe, al-Maliki è senza dubbio la Turchia. Il governo di Ankara, con brevi momenti di tregua, tiene sotto un'asfissiante pressione armata l'Iraq settentrionale, la regione curda del Kurdistan, ritenuta dai turchi la retrovia dei guerriglieri curdi del Pkk che colpiscono in territorio turco. Aviazione e truppe corazzate, più di una volta, hanno oltrepassato il confine, portando la guerra nella regione autonoma del Kurdistan iracheno. Lo stesso presidente della Repubblica, il curdo Jalal Talabani, ha provato più di una volta a chiedere che il governo iracheno prendesse una chiara posizione contro le incursioni turche, ma Baghdad è stata sempre messa a tacere dagli Usa che tentano di trovare una soluzione concordata con la Turchia senza arrivare alla rottura diplomatica tra due paesi che sono tra i pochi alleati affidabili di Washington nella regione. Sono in molti, però, a sostenere che le azioni del Pkk siano solo il grimaldello che Ankara ha deciso di utilizzare per sancire che sulla questione di Kirkuk non si deve decidere senza la Turchia. Kirkuk, potenzialmente, è uno dei più grandi giacimenti petroliferi del mondo. La città, con popolazione mista curda, araba e turcomanna, è contesa. Il piano originario degli Usa, con ogni probabilità, puntava a 'dare' Kirkuk ai sunniti, in quanto sia il nord curdo che il sud sciita sono già ricchi di petrolio. I curdi, però, in un paese che mai dalla sua fondazione è stato così diviso, non accettano questa soluzione e vogliono far valere i loro diritti sulla città, 'arabizzata' a forza da Saddam, e adesso 'curdizzata' a forza dai nuovi padroni.
Il destino di Kirkuk sarebbe dovuto decidersi con un referenduml, previsto per dicembre 2007. Le pressioni turche, che guardano con terrore a un Kurdistan che si arricchisse anche dei giacimenti della città contesa, sono riuscite a ottenere un rinvio del referendum a luglio 2008. Ma la situazione resta molto tesa, al punto che non è stato ancora possibile votare in parlamento il testo unico della nuova Legge del Petrolio irachena.

moqtada al-sadrUn paese spaccato: gli sciiti al sud. Il secondo paese confinante al quale si riferiva Maliki nel suo discorso di ieri è l'Iran, che ha un grande potere attrattivo sugli sciiti che rappresentano il 60 percento della popolazione irachena. Un successo che gli Usa possono vantare in merito è la fine di Moqtada. La corrente politica che fa capo al leader radicale sciita Moqtada Sadr, infatti, ha ritirato la propria delegazione della conferenza a Baghdad, ma ormai la sua influenza è al tramonto.
Moqtada al Sadr ha gettato la spugna. E' questa la grande novità che, negli ultimi mesi, ha sancito la fine della breve ma intensa parabola politica dell'ayatollah radicale vicino all'Iran. E proprio in Iran, nella città santa di Qom, quella di Khomeini per intenderci, Moqtada si è ritirato per completare i suoi studi coranici e diventare davvero un dottore del diritto islamico.
Prima di partire, però, al-Sadr ha sciolto le milizie del Mahdi, il suo esercito privato che si era distinto per ferocia nel conflitto interreligioso che ha contrapposto sciiti e sunniti in Iraq. "La presenza degli occupanti", si legge nel sermone preparato da Moqtada al-Sadr, per la preghiera del venerdì con la quale ha salutato i suoi seguaci, ''e il fallimento dell'esercito del Mahdi nel tentativo di liberare l'Iraq, così come la disobbedienza di molti e il loro deviare dalla retta via mi hanno portato a isolarmi in segno di protesta. Molti che mi erano vicini si sono allontanati per ragioni materialistiche o per desiderio di indipendenza. Altri mi sono ancora fedeli e leali ed è a loro che mi rivolgerò attraverso l'istruzione e l'insegnamento".
In agosto al Sadr aveva annunciato la sospensione delle attività della sua milizia e questo aveva portato a un drastico calo delle violenze in Iraq. Di recente aveva rinnovato il cessate il fuoco, affidando all'ostruzionismo parlamentare l'ultimo baluardo di protesta. L'uscita di scena di Moqtada, almeno per il momento, sancisce il dominio della corrente sciita che fa riferimento all'ayatollah al-Sistani, avversa all'Iran e incline al compromesso con gli Stati Uniti e il governo di al-Maliki.

un fedele ai funerali dell'arcivescovo caldeo di mosulI cristiani e il centro sunnita. I problemi attuali dell'Iraq, però, non sono solo sulla ridefinizione degli equilibri tra il nord e il sud del paese. Al centro, infatti, resta una nebulosa indefinita, rappresentata dai sunniti e dalle altre minoranze che abitano il puzzle di etnie, religioni, lingue e interessi della regione. I cristiani, per esempio. La moltitudine di persone che ha partecipato ai funerali (nella chiesa di Mar Adaa a Karamless, villaggio cristiano situato una trentina di chilometri a ovest di Mosul),di monsignor Paulus Faraj Rahho, arcivescovo caldeo, rapito nei giorni scorsi e rinvenuto cadavere, ha ricordato a tutti che esistono anche i cristiani in questa terra insanguinata.
Proprio Mosul, secondo quanto dichiarato dal governo iracheno e dai vertici militari Usa, è diventato l'ultimo rifugio dei miliziani di al-Qaeda in Iraq. Scacciati da Falluja, scacciati dalla provincia dell'al-Anbar, i guerriglieri integralisti si sarebbero rintanati nei pressi della cittadina mista e, da mesi, si prepara una furiosa operazione militare nei dintorni d Mosul.
Lo schema sarà quello adottato, in passato, per Samarra, Falluja e Ramadi. Aviazione Usa e fanteria irachena, poi fanteria Usa. E tanto, tanto sangue.
Dopo cinque anni, insomma, i problemi restano tanti e le soluzioni paiono sempre una toppa inserita con ritardo, dopo che il tappetto è stato calpestato in massa. Resta un paese diviso tra tensioi religiose, politiche, etniche ed economiche come non lo era mai stato prima. La fine della dittattura di Saddam, invece che una festa di liberazione, si è tramutata nel caos dove, come innumerevoli Fortezze Bastiani, rimangono le enormi basi militari statunitensi come cattedrali nel deserto.
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13 marzo 2008-UN'ORA CONTRO LA GUERRA
firenzenowar | 14 Mar, 2008, 12:16 | Generale | (103 Reads)


Giovedì 13 marzo
ore 18.00
piazza Beccaria (lato Borgo la Croce)

inizia


"UN'ORA CONTRO LA GUERRA"
 
 La rete semprecontrolaguerra, il gruppo Emergency di Firenze, le Donne in Nero di Firenze, il Partito Umanista di Firenze, Sinistra Critica di Firenze promuovono un presidio di pace in città, alle ore 18.00, tutti i giovedì, a partire dal 13 marzo e fino al termine dalla campagna
“Firma la legge ferma la guerra” (giugno 2008)
  • per offrire, a chi lo desidera, la possibilità di compiere un concreto gesto di pace e di rifiuto della guerra apponendo la propria firma alla proposta di legge di iniziativa popolare su “trattati internazionali, sulle basi e sulle servitù militari”
  • per costruire uno spazio permanente di riferimento a quanti vogliano incontrarsi, parlare e diffondere insieme l'idea della necessità urgente del disarmo nel nostro paese
  • per fare rete con quanti, uomini, donne, gruppi, associazioni coerentemente pacifisti e contro la guerra vogliano ancora tenere alta l'attenzione sulla tragedia delle guerre in atto, di quelle annunciate dalla corsa al riarmo internazionale e sul coinvolgimento attivo dell'Italia nei conflitti
  • per costruire un luogo di libera diffusione di materiali che documentino l'impegno di quanti si adoperano nel nostro paese e all'estero per raccontare la guerra e produrre concretamente una cultura di pace.

La situazione internazionale e quella italiana spingono i promotori di questa iniziativa a rilanciare informazione e partecipazione di tutti i cittadini verso l'opposizione alla guerra in cui anche il nostro paese è direttamente coinvolto. Oltre la tragedia che si sta consumando in tutto il Medio Oriente, le folli scelte fatte dalla UE sul Kosovo, il riarmo vorticoso del nostro paese, l'aumento mai visto prima delle spese militari, lo sviluppo delle sole aziende italiane coinvolte nella fabbricazione di armi, danno un quadro fosco del futuro del pianeta. La guerra è ormai tra di noi, anche se non ne abbiamo la percezione: uomini e materiali partono dalle basi che si trovano sul nostro territorio, i nostri soldati combattono, uccidono e sono uccisi.
Lo strumento che gli organizzatori si sono dati adesso è quello di una proposta di legge di iniziativa popolare tramite la quale i mezzi principali della guerra (trattati militari internazionali, basi militari) saranno riportati ad un controllo democratico da parte del Parlamento e sottoposti a tutti i vincoli ambientali e urbanistici previsti per analoghi interventi civili.

Il testo della legge “su trattati internazionali, sulle basi e sulle servitù militari” è consultabile su

http://www.mondosenzaguerre.org/
http://nuke.disarmiamoli.org/

info 338 3092948 - 328 0339384 semprecontrolaguerra@tiscali.it

p.s. ci siamo evidentemente ispirati alle esperienze delle DiN e dei Genovesi per la nostra iniziativa. Ringraziamo entrambi.

 

ecco le foto:

 

 

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Against Wall-a Nonviolent Action
firenzenowar | 03 Mar, 2008, 11:08 | Generale | (102 Reads)
In questo villaggio vicino a Ramallah, il muro erode oltre il 60 per cento delle terre palestinesi. Qui si danno appuntamento cittadini di tutto il mondo ed israeliani contro l'illegalità della sua costruzione

 

di Francesca Marretta
Liberazione, 20 aprile 2007

 

Bil'in, Ramallah - Sotto la tenda allestita nel cortile della scuola elementare, ornata da tappeti variopinti ricamati, si sono riuniti per due giorni palestinesi, israeliani, francesi, americani. La "Seconda conferenza sulla resistenza popolare" di Bil'in, villaggio di 1400 abitanti situato a 16 chilometri da Ramallah, dove il muro costruito dallo stato di Israele erode il 60 per cento delle terre, si è conclusa ieri, mentre oggi è prevista, come avviene da due anni a questa parte, la manifestazione di protesta contro l'illegalità e l'ingiustizia rappresentata dalla costruzione di quello che i palestinesi chiamano "Muro dell'Apartheid" ed il governo israeliano definisce "barriera di separazione difensiva".

 

Bil'in è diventato il simbolo della lotta non violenta dei movimenti popolari di resistenza locale e internazionale contro l'occupazione e contro un muro che “distrugge il presente ed il futuro del popolo palestinese” e che “nulla ha a che fare con la sicurezza di Israele, ma con altra terra da sottrarre ai palestinesi”, come ha affermato in apertura del lavori della conferenza Naser al Quidua, ex ambasciatore dell'Olp alle Nazioni Unite, incaricato di presentare il caso davanti alla Corte Internazionale di giustizia dell'Aja nel 2004. La corte stabilì che “la costruzione del muro da parte di Israele nei Territori occupati, compresa Gerusalemme” è “contraria alla diritto internazionale”, di conseguenza, “Israele ha l'obbligo di smantellare la struttura e provvedere al risarcimento dei danni causati”. Era il 9 luglio 2004.

 

I lavori per la costruzione del muro a Bil'in sono iniziati il 20 febbraio 2005. Per la costruzione della barriera di cemento sono stati sradicati in questo villaggio 1000 alberi di ulivo. Agli abitanti di Bil'in, privati delle proprie fonti di sostentamento si presentavano due alternative, vivere da miserabili o emigrare. Decisero invece di mettere in piedi un comitato di resistenza popolare, che oggi, come ogni venerdì, organizza una marcia di protesta a cui prendono parte anche cittadini israeliani e persone di tutto il mondo.

 

Gli israeliani che da due anni manifestano a fianco degli abitanti di Bil'in contro la costruzione del muro non sono convinti, a differenza del governo che in questo caso non li rappresenta, della necessità di costruire una cortina di difesa 5 chilometri all'interno della Linea Verde. Né della necessità di separare olivi e colture dai legittimi proprietari, distruggendone le fonti di sostentamento.

 

Tra i circa 200 partecipanti alla conferenza, oltre ad internazionali provenienti da organizzazioni sociali di base, gruppi di volontariato, Ong, sindacati, registratisi per prendere parte ai workshop sulle strategie di implementazione di forme di resistenza non violenta, sono stati presenti intellettuali israeliani come lo scrittore israeliano Ilan Pappe, la giornalista e scrittrice Amira Hass, Jeff Alper del comitato contro la demolizione delle case, il ministro della Comunicazione del governo di unità nazionale palestinese Mustafa Barghouti e la vicepresidente del Parlamento europeo Luisa Morgantini. “Quello che da due anni sta avvenendo a Bil'in è esemplare: è la risposta non violenta che israeliani e palestinesi insieme oppongono alla confisca della terra, alla demolizione di case, all'umiliazione dei check-point e alla segregazione del muro, frutto di 40 anni di occupazione militare israeliana”, ha dichiarato l'europarlamentare italiana, che ha sottolineato come la resistenza popolare di Bil'in faccia tornare in mente i giorni della prima Intifada, “quando non c'erano le bandiere di Hamas e Fatah, ma solo la bandiera palestinese”. Quarant'anni di occupazione sono abbastanza, ha dichiarato la Morgantini, convinta della necessità del riconoscimento del nuovo governo di unità nazionale palestinese da parte della comunità internazionale, in quanto “opportunità unica” e probabilmente “l'ultima” via per rilanciare un negoziato di pace tra israeliani e palestinesi.

 

Il villaggio di Bil'in è uno dei 92 villaggi della Cisgiordania la cui esistenza è stata sconvolta dalla costruzione del muro, che, secondo l'anti-Apartheid Wall Campaign, una volta terminato, ingabbierà in una cortina di cemento estesa per 730 chilometri, 361mila persone, annettendo di fatto il 47 per cento della West Bank. Questo avviene contemporaneamente all'avvio degli incontri bisettimanali tra Olmert e Abbas, a cui è affidato mandato di negoziare la pace, affinché un giorno possano coesistere l'uno accanto all'altro lo Stato israeliano e quello palestinese, i cui confini per gli abitanti di Bil'in come degli altri villaggi-bantustan circondati dal cemento, non possono essere quelli delineati dal muro, ma unicamente quelli stabiliti dalle risoluzioni internazionali.

 

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GAZA (Reuters)-Israele ai Palestinesi"A rischio Olocausto"
firenzenowar | 03 Mar, 2008, 10:00 | Generale | (144 Reads)
         
                            
         
Escalation di sangue
 
Zvi Schuldiner

L'escalation delle ultime ore parla di un'offensiva militare israeliana che porta ancora più sangue, con decine e decine di vittime palestinesi, dicono militanti ma molti sono i civili. Pagano, tutti, la politica criminale dell'occupazione israeliana. Ma anche l'avventurismo militare della fazione piu dura di Hamas. Ora da Damasco Khaled Mashal dice che Hamas è disposta al cessate il fuoco, ma a Gaza il fuoco e più selvaggio che mai.
Alle fondamenta di questa tragedia c'è la politica del governo israeliano basata sullo strangolamento prima del governo di Hamas e poi della popolazione. Ma anche la risposta di Hamas, la sua tattica, ha aggravato la situazione. Soprattutto considerando gli attacchi di missili sulla popolazione israeliana nella regione di Sderot che hanno causato la morte di uno studente al Sapir College provocando una reazione d'isteria che ha chiamato in causa lo stesso governo israeliano. Poi la demagogia dell'opposizione di destra ha fatto il resto perché il primo ministro Olmert scattasse all'offensiva militare.
Ma a questo punto l'escalation israeliana ha provocato la risposta più dura di Hamas che ha colpito con missili la città di Ashkelon. Un segnale che Hamas forzava militarmente la crisi per riaprire la trattativa tra i tre attori locali: Egitto, Israele e il governo de Abu Mazen. Per un accordo di cessate il fuoco che rimettesse in gioco il ruolo della frontiera egiziana, chiamando in campo l'Europa e ridimensionando il peso del governo di Abu Mazen. Per questi obiettivi i duri di Hamas erano disposti anche ad una nuova invasione israeliana che sarebbe costata ancora molto sangue e un alto prezzo per i civili palestinesi. Palestinesi e israeliani sono oggi le vittime del gioco di scacchi gli tra Stati uniti, sempre più attivi con la loro politica di terrore, Israele e la fazione militare di Hamas. E sfortunatamente il meccanismo funziona: in modo massiccio forze militari israeliane hanno iniziato, anche con i bombardamenti aerei, la feroce offensiva su Gaza seminando morte e distruzione anche tra i civili. E nelle ultime ore l'esercito israeliano ha confermato la morte di due soldati israeliani: è un segnale in più che rafforza la logica israeliana della guerra. Sangue e vendetta, vendetta e sangue, questa pare la regola del gioco. Il gioco sporco di due leadership criminali che porta alla morte, alla crescita dell'odio e allontana la possibilità di dialogo.
Ma attenzione. Non c'e simmetria. La politica demenziale dei fondamentalisti di Hamas non può, non deve farci dimenticare che la radice del problema sta nella continuazione della politica d'occupazione militare di Israele che gioca non solo con il futuro dei palestinesi ma anche con quello degli israeliani. Senza dimenticare le responsabilità della comunità internazionale che, mentre alimenta scenari di guerra in Medio Oriente, annuncia - come ad Annapolis - processi di pace falsi e sepolti in partenza. Gli stessi che, ora, Abu Mazen dichiara «sepolti» dalle macerie dei raid aerei israeliani.
 
«Vogliono la guerra, per eliminare Hamas»
 
L'analista israeliano Halper: l'invasione delle truppe di terra sarà un massacro che alimenterà lo scontro Occidente-islam
Di fronte a quest'orribile prospettiva l'Unione europea e gli Usa non stanno muovendo un dito
Michelangelo Cocco

«Uno scontro che, alimentando il fanatismo, accentuerà la tensione tra Occidente e mondo islamico, e potrà portare a compimento lo stato di apartheid che la leadership israeliana vuole realizzare per i palestinesi». Jeff Halper guarda con estrema preoccupazione al braccio di ferro in atto a Gaza tra Israele e Hamas e si chiede come sia possibile che l'Unione Europea non cerchi una mediazione. Analista politico e storico pacifista israeliano, Halper ha risposto alle domande del manifesto al telefono da Gerusalemme.
Come sono percepiti dall'opinione pubblica israeliana i bombardamenti su Gaza e i massacri di civili palestinesi?
Dal loro punto di vista tutto ciò è giustificato, perché rientra nella «guerra al terrorismo». Non hanno alcun contatto col contesto politico, non vedono che l'obiettivo d'Israele è la distruzione della leadership politica di Hamas. Non vedono nemmeno l'occupazione. Questa parola negli ultimi tempi non viene più utilizzata nonostante Israele - dopo il ritiro delle truppe e dei coloni nel 2005 - occupi ancora Gaza, perché ne controlla completamente il territorio e le frontiere. In questo contesto i razzi «Qassam» contro Sderot sembrano missili sparati senza motivo da terroristi contro la popolazione civile. La gente non vede che Hamas è un attore politico che da tempo offre una tregua in cambio della fine dell'assedio alla Striscia.
E i «Qassam» contro Sderot? Cosa sta facendo il governo israeliano per proteggere gli abitanti della cittadina?
La gente di Sderot è ostaggio di politici irresponsabili che adottano un approccio solo militare. Il lancio di «Qassam» potrebbe finire domani, se si fosse d'accordo nel raggiungere una tregua con Hamas. Ma l'esecutivo presieduto da Olmert sta lavorando in direzione opposta, per distruggere il regime di Hamas. La leadership politico-militare sta insomma utilizzando il panico di Sderot per attaccare Gaza.
Quali conseguenze umanitarie dovremmo aspettarci, se si verificasse una massiccia invasione di Gaza da parte dell'esercito?
Con la «gaffe» fatta l'altro ieri dal viceministro della difesa Vilnay sulla Shoah contro Gaza, l'ha chiarito lo stesso governo: potranno essere uccisi centinaia, migliaia di civili innocenti. Israele non fa più distinzione tra civili e combattenti. Nei mesi scorsi il governo ha inventato per Gaza l'appellativo di «entità nemica», categoria che non esiste nel diritto internazionale, proprio per giustificare l'uccisione di centinaia di civili. Olmert da giorni ripete che al sud c'è «una guerra», ma non dice che si tratta di un conflitto anche contro la popolazione civile palestinese.
Cosa teme Israele da un punto di vista militare, dopo la sconfitta nella guerra dei 34 giorni contro Hezbollah dell'estate 2006?
Israele non fa distinzione tra Hamas, al Qaeda, Hezbollah. Da un punto di vista della propaganda questo funziona: diranno che attaccano Gaza, perché lì c'è al Qaeda. Ma Israele deve ristabilire il potere di deterrenza perso dopo l'ultima guerra in Libano. Per questo motivo deve vincere militarmente. È per questo che ritengo inevitabile l'invasione. Se non la mette in atto, la sua immagine subirà un crollo agli occhi sia degli Stati Uniti sia del mondo islamico. L'attacco dovrà concludersi con l'eliminazione dell'intera leadership di Hamas e la consegna del potere nelle mani dell'Anp di Abu Mazen o - ipotesi molto meno probabile - una rioccupazione della Striscia.
Quali le conseguenze sulla politica di entrambi i campi?
La cosa incredibile è, anzitutto, che né l'Europa né gli Stati Uniti stanno muovendo un dito di fronte a questo dramma. Israele può fare quindi qualsiasi cosa. Le conseguenze per Israele potranno essere solo positive: il premier Olmert diventerà popolare, perché potrà riuscire a fermare il lancio di «Qassam» contro Sderot. E i palestinesi resteranno prigionieri di uno stato di apartheid. Una volta che Hamas sarà distrutta, la Comunità internazionale, con l'aiuto di Abu Mazen che di fatto sta collaborando con Israele, sarà in grado d'imporre ai palestinesi uno stato «bantustan» composto da Gaza e tre, quattro cantoni in Cisgiordania, senza continuità territoriale.
Ma Hamas ufficialmente offre una tregua, mentre Israele teme la perdita di molti soldati a Gaza. Perché non si fermano?
Lo spazio di manovra politica per fermarli c'è. Il problema è che la Comunità internazionale sta dando a Israele mano libera. L'Europa non obietta nulla agli Usa, è passiva. Il conflitto può ancora essere risolto, perché finora viene inteso ancora come uno scontro politico, ma se Israele invaderà Gaza e ucciderà la leadership di Hamas e centinaia di persone, la guerra verrà spostata su un piano teologico, tra occidente e islam, che potrà destabilizzare l'intero Medio Oriente. Di fronte a questa orribile prospettiva che stanno facendo l'Europa e la Comunità internazionale?
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