Against Wall-a Nonviolent Action
firenzenowar | 03 Mar, 2008, 11:08 | Generale | (160 Reads)
In questo villaggio vicino a Ramallah, il muro erode oltre il 60 per cento delle terre palestinesi. Qui si danno appuntamento cittadini di tutto il mondo ed israeliani contro l'illegalità della sua costruzione

 

di Francesca Marretta
Liberazione, 20 aprile 2007

 

Bil'in, Ramallah - Sotto la tenda allestita nel cortile della scuola elementare, ornata da tappeti variopinti ricamati, si sono riuniti per due giorni palestinesi, israeliani, francesi, americani. La "Seconda conferenza sulla resistenza popolare" di Bil'in, villaggio di 1400 abitanti situato a 16 chilometri da Ramallah, dove il muro costruito dallo stato di Israele erode il 60 per cento delle terre, si è conclusa ieri, mentre oggi è prevista, come avviene da due anni a questa parte, la manifestazione di protesta contro l'illegalità e l'ingiustizia rappresentata dalla costruzione di quello che i palestinesi chiamano "Muro dell'Apartheid" ed il governo israeliano definisce "barriera di separazione difensiva".

 

Bil'in è diventato il simbolo della lotta non violenta dei movimenti popolari di resistenza locale e internazionale contro l'occupazione e contro un muro che “distrugge il presente ed il futuro del popolo palestinese” e che “nulla ha a che fare con la sicurezza di Israele, ma con altra terra da sottrarre ai palestinesi”, come ha affermato in apertura del lavori della conferenza Naser al Quidua, ex ambasciatore dell'Olp alle Nazioni Unite, incaricato di presentare il caso davanti alla Corte Internazionale di giustizia dell'Aja nel 2004. La corte stabilì che “la costruzione del muro da parte di Israele nei Territori occupati, compresa Gerusalemme” è “contraria alla diritto internazionale”, di conseguenza, “Israele ha l'obbligo di smantellare la struttura e provvedere al risarcimento dei danni causati”. Era il 9 luglio 2004.

 

I lavori per la costruzione del muro a Bil'in sono iniziati il 20 febbraio 2005. Per la costruzione della barriera di cemento sono stati sradicati in questo villaggio 1000 alberi di ulivo. Agli abitanti di Bil'in, privati delle proprie fonti di sostentamento si presentavano due alternative, vivere da miserabili o emigrare. Decisero invece di mettere in piedi un comitato di resistenza popolare, che oggi, come ogni venerdì, organizza una marcia di protesta a cui prendono parte anche cittadini israeliani e persone di tutto il mondo.

 

Gli israeliani che da due anni manifestano a fianco degli abitanti di Bil'in contro la costruzione del muro non sono convinti, a differenza del governo che in questo caso non li rappresenta, della necessità di costruire una cortina di difesa 5 chilometri all'interno della Linea Verde. Né della necessità di separare olivi e colture dai legittimi proprietari, distruggendone le fonti di sostentamento.

 

Tra i circa 200 partecipanti alla conferenza, oltre ad internazionali provenienti da organizzazioni sociali di base, gruppi di volontariato, Ong, sindacati, registratisi per prendere parte ai workshop sulle strategie di implementazione di forme di resistenza non violenta, sono stati presenti intellettuali israeliani come lo scrittore israeliano Ilan Pappe, la giornalista e scrittrice Amira Hass, Jeff Alper del comitato contro la demolizione delle case, il ministro della Comunicazione del governo di unità nazionale palestinese Mustafa Barghouti e la vicepresidente del Parlamento europeo Luisa Morgantini. “Quello che da due anni sta avvenendo a Bil'in è esemplare: è la risposta non violenta che israeliani e palestinesi insieme oppongono alla confisca della terra, alla demolizione di case, all'umiliazione dei check-point e alla segregazione del muro, frutto di 40 anni di occupazione militare israeliana”, ha dichiarato l'europarlamentare italiana, che ha sottolineato come la resistenza popolare di Bil'in faccia tornare in mente i giorni della prima Intifada, “quando non c'erano le bandiere di Hamas e Fatah, ma solo la bandiera palestinese”. Quarant'anni di occupazione sono abbastanza, ha dichiarato la Morgantini, convinta della necessità del riconoscimento del nuovo governo di unità nazionale palestinese da parte della comunità internazionale, in quanto “opportunità unica” e probabilmente “l'ultima” via per rilanciare un negoziato di pace tra israeliani e palestinesi.

 

Il villaggio di Bil'in è uno dei 92 villaggi della Cisgiordania la cui esistenza è stata sconvolta dalla costruzione del muro, che, secondo l'anti-Apartheid Wall Campaign, una volta terminato, ingabbierà in una cortina di cemento estesa per 730 chilometri, 361mila persone, annettendo di fatto il 47 per cento della West Bank. Questo avviene contemporaneamente all'avvio degli incontri bisettimanali tra Olmert e Abbas, a cui è affidato mandato di negoziare la pace, affinché un giorno possano coesistere l'uno accanto all'altro lo Stato israeliano e quello palestinese, i cui confini per gli abitanti di Bil'in come degli altri villaggi-bantustan circondati dal cemento, non possono essere quelli delineati dal muro, ma unicamente quelli stabiliti dalle risoluzioni internazionali.

 

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GAZA (Reuters)-Israele ai Palestinesi"A rischio Olocausto"
firenzenowar | 03 Mar, 2008, 10:00 | Generale | (231 Reads)
         
                            
         
Escalation di sangue
 
Zvi Schuldiner

L'escalation delle ultime ore parla di un'offensiva militare israeliana che porta ancora più sangue, con decine e decine di vittime palestinesi, dicono militanti ma molti sono i civili. Pagano, tutti, la politica criminale dell'occupazione israeliana. Ma anche l'avventurismo militare della fazione piu dura di Hamas. Ora da Damasco Khaled Mashal dice che Hamas è disposta al cessate il fuoco, ma a Gaza il fuoco e più selvaggio che mai.
Alle fondamenta di questa tragedia c'è la politica del governo israeliano basata sullo strangolamento prima del governo di Hamas e poi della popolazione. Ma anche la risposta di Hamas, la sua tattica, ha aggravato la situazione. Soprattutto considerando gli attacchi di missili sulla popolazione israeliana nella regione di Sderot che hanno causato la morte di uno studente al Sapir College provocando una reazione d'isteria che ha chiamato in causa lo stesso governo israeliano. Poi la demagogia dell'opposizione di destra ha fatto il resto perché il primo ministro Olmert scattasse all'offensiva militare.
Ma a questo punto l'escalation israeliana ha provocato la risposta più dura di Hamas che ha colpito con missili la città di Ashkelon. Un segnale che Hamas forzava militarmente la crisi per riaprire la trattativa tra i tre attori locali: Egitto, Israele e il governo de Abu Mazen. Per un accordo di cessate il fuoco che rimettesse in gioco il ruolo della frontiera egiziana, chiamando in campo l'Europa e ridimensionando il peso del governo di Abu Mazen. Per questi obiettivi i duri di Hamas erano disposti anche ad una nuova invasione israeliana che sarebbe costata ancora molto sangue e un alto prezzo per i civili palestinesi. Palestinesi e israeliani sono oggi le vittime del gioco di scacchi gli tra Stati uniti, sempre più attivi con la loro politica di terrore, Israele e la fazione militare di Hamas. E sfortunatamente il meccanismo funziona: in modo massiccio forze militari israeliane hanno iniziato, anche con i bombardamenti aerei, la feroce offensiva su Gaza seminando morte e distruzione anche tra i civili. E nelle ultime ore l'esercito israeliano ha confermato la morte di due soldati israeliani: è un segnale in più che rafforza la logica israeliana della guerra. Sangue e vendetta, vendetta e sangue, questa pare la regola del gioco. Il gioco sporco di due leadership criminali che porta alla morte, alla crescita dell'odio e allontana la possibilità di dialogo.
Ma attenzione. Non c'e simmetria. La politica demenziale dei fondamentalisti di Hamas non può, non deve farci dimenticare che la radice del problema sta nella continuazione della politica d'occupazione militare di Israele che gioca non solo con il futuro dei palestinesi ma anche con quello degli israeliani. Senza dimenticare le responsabilità della comunità internazionale che, mentre alimenta scenari di guerra in Medio Oriente, annuncia - come ad Annapolis - processi di pace falsi e sepolti in partenza. Gli stessi che, ora, Abu Mazen dichiara «sepolti» dalle macerie dei raid aerei israeliani.
 
«Vogliono la guerra, per eliminare Hamas»
 
L'analista israeliano Halper: l'invasione delle truppe di terra sarà un massacro che alimenterà lo scontro Occidente-islam
Di fronte a quest'orribile prospettiva l'Unione europea e gli Usa non stanno muovendo un dito
Michelangelo Cocco

«Uno scontro che, alimentando il fanatismo, accentuerà la tensione tra Occidente e mondo islamico, e potrà portare a compimento lo stato di apartheid che la leadership israeliana vuole realizzare per i palestinesi». Jeff Halper guarda con estrema preoccupazione al braccio di ferro in atto a Gaza tra Israele e Hamas e si chiede come sia possibile che l'Unione Europea non cerchi una mediazione. Analista politico e storico pacifista israeliano, Halper ha risposto alle domande del manifesto al telefono da Gerusalemme.
Come sono percepiti dall'opinione pubblica israeliana i bombardamenti su Gaza e i massacri di civili palestinesi?
Dal loro punto di vista tutto ciò è giustificato, perché rientra nella «guerra al terrorismo». Non hanno alcun contatto col contesto politico, non vedono che l'obiettivo d'Israele è la distruzione della leadership politica di Hamas. Non vedono nemmeno l'occupazione. Questa parola negli ultimi tempi non viene più utilizzata nonostante Israele - dopo il ritiro delle truppe e dei coloni nel 2005 - occupi ancora Gaza, perché ne controlla completamente il territorio e le frontiere. In questo contesto i razzi «Qassam» contro Sderot sembrano missili sparati senza motivo da terroristi contro la popolazione civile. La gente non vede che Hamas è un attore politico che da tempo offre una tregua in cambio della fine dell'assedio alla Striscia.
E i «Qassam» contro Sderot? Cosa sta facendo il governo israeliano per proteggere gli abitanti della cittadina?
La gente di Sderot è ostaggio di politici irresponsabili che adottano un approccio solo militare. Il lancio di «Qassam» potrebbe finire domani, se si fosse d'accordo nel raggiungere una tregua con Hamas. Ma l'esecutivo presieduto da Olmert sta lavorando in direzione opposta, per distruggere il regime di Hamas. La leadership politico-militare sta insomma utilizzando il panico di Sderot per attaccare Gaza.
Quali conseguenze umanitarie dovremmo aspettarci, se si verificasse una massiccia invasione di Gaza da parte dell'esercito?
Con la «gaffe» fatta l'altro ieri dal viceministro della difesa Vilnay sulla Shoah contro Gaza, l'ha chiarito lo stesso governo: potranno essere uccisi centinaia, migliaia di civili innocenti. Israele non fa più distinzione tra civili e combattenti. Nei mesi scorsi il governo ha inventato per Gaza l'appellativo di «entità nemica», categoria che non esiste nel diritto internazionale, proprio per giustificare l'uccisione di centinaia di civili. Olmert da giorni ripete che al sud c'è «una guerra», ma non dice che si tratta di un conflitto anche contro la popolazione civile palestinese.
Cosa teme Israele da un punto di vista militare, dopo la sconfitta nella guerra dei 34 giorni contro Hezbollah dell'estate 2006?
Israele non fa distinzione tra Hamas, al Qaeda, Hezbollah. Da un punto di vista della propaganda questo funziona: diranno che attaccano Gaza, perché lì c'è al Qaeda. Ma Israele deve ristabilire il potere di deterrenza perso dopo l'ultima guerra in Libano. Per questo motivo deve vincere militarmente. È per questo che ritengo inevitabile l'invasione. Se non la mette in atto, la sua immagine subirà un crollo agli occhi sia degli Stati Uniti sia del mondo islamico. L'attacco dovrà concludersi con l'eliminazione dell'intera leadership di Hamas e la consegna del potere nelle mani dell'Anp di Abu Mazen o - ipotesi molto meno probabile - una rioccupazione della Striscia.
Quali le conseguenze sulla politica di entrambi i campi?
La cosa incredibile è, anzitutto, che né l'Europa né gli Stati Uniti stanno muovendo un dito di fronte a questo dramma. Israele può fare quindi qualsiasi cosa. Le conseguenze per Israele potranno essere solo positive: il premier Olmert diventerà popolare, perché potrà riuscire a fermare il lancio di «Qassam» contro Sderot. E i palestinesi resteranno prigionieri di uno stato di apartheid. Una volta che Hamas sarà distrutta, la Comunità internazionale, con l'aiuto di Abu Mazen che di fatto sta collaborando con Israele, sarà in grado d'imporre ai palestinesi uno stato «bantustan» composto da Gaza e tre, quattro cantoni in Cisgiordania, senza continuità territoriale.
Ma Hamas ufficialmente offre una tregua, mentre Israele teme la perdita di molti soldati a Gaza. Perché non si fermano?
Lo spazio di manovra politica per fermarli c'è. Il problema è che la Comunità internazionale sta dando a Israele mano libera. L'Europa non obietta nulla agli Usa, è passiva. Il conflitto può ancora essere risolto, perché finora viene inteso ancora come uno scontro politico, ma se Israele invaderà Gaza e ucciderà la leadership di Hamas e centinaia di persone, la guerra verrà spostata su un piano teologico, tra occidente e islam, che potrà destabilizzare l'intero Medio Oriente. Di fronte a questa orribile prospettiva che stanno facendo l'Europa e la Comunità internazionale?
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