Il «problema tibetano»


Il «problema tibetano»

 

Piero Verni

[19 Marzo 2008]

Le radici della protesta in un articolo di Piero Verni, tibetolo, pubblicato sul sito di Lettera22

In
queste ore nelle strade di Lhasa, pattugliata da oltre 20.000 soldati
cinesi e da una cinquantina di blindati dell’Armata Rossa, decine e
decine di prigionieri politici tibetani sfilano sui carri dell’esercito
di Pechino ammanettati e a testa bassa mentre dagli altoparlanti una
voce metallica intima a quanti non sono stati ancora arrestati di
consegnarsi prima che sia troppo tardi. E sempre in queste ore sono
stati affissi sui muri della cosiddetta Regione Autonoma del Tibet e
delle contee e aree tibetane incorporate nelle province del Sichuan e
del Gansu, manifesti in cui si avverte la popolazione che ogni
assembramento verrà immediatamente sciolto con la forza dalla Polizia
Armata che ha l’ordine di sparare sulla folla.

Questo è la situazione del Tibet odierno, governato da quella Cina
che si sta gioiosamente preparando a celebrare la sua parata olimpica
pronta ad incassare il plauso e la meraviglia del mondo per le sue
conquiste e le sue scintillanti vetrine. Quella Cina autorefenrenziale
che parla di sé come di una “società armoniosa” che grazie al
“socialismo di mercato” è proiettata verso un futuro di superpotenza
economica e grazie alla forza dei suoi muscoli (pochi giorni or sono
Pechino ha aumentato del 18% il suo già oneroso budget per le spese
militari) anche di superpotenza politica.

In un’intervista rilasciata alla giornalista Ursula Gauthier e
pubblicata in gennaio dal settimanale francese le Nouvel Observateur,
il Dalai Lama affermava che nel corso dell’ultimo incontro che i suoi
inviati avevano avuto nel giugno 2007 con alcuni dirigenti cinesi,
questi ultimi avevano “puramente e semplicemente negato l’esistenza di
un problema tibetano”.

Adesso quei dirigenti dovranno ricredersi. Adesso, che a Lhasa
sono esplose incontenibili la rabbia, la frustrazione, il furore delle
donne e degli uomini del Tibet esasperati da oltre cinquant’anni di
giogo coloniale brutale e inflessibile. Adesso, che a Labrang, Ngaba,
Ganja, Machu e in altre località del Tibet storico si susseguono
manifestazioni e proteste invariabilmente represse nel sangue. Adesso,
che ovunque nel mondo si manifesta la disperazione del popolo tibetano.

L’orrore della carneficina di Lhasa. L’orrore delle fotografie dei
cadaveri degli assassinati dalle pallottole cinesi sparate ad altezza
d’uomo. L’orrore dei rastrellamenti, delle incarcerazioni
indiscriminate, delle torture. Tutto questo dimostra che esiste un
problema tibetano. Esiste per Pechino ma esiste anche per la diplomazia
internazionale che fatica a rimanere muta, cieca e sorda (come
certamente vorrebbe) di fronte alla tragedia che si sta consumando sul
Tetto del Mondo.

E il problema tibetano è molto semplice, pur nella sua drammatica
complessità. Il dominio cinese, in oltre sessant’anni di repressioni,
non è riuscito a normalizzare il popolo tibetano né all’interno né
all’esterno del Tibet. Le immagini che in questi giorni stanno
circolando sui circuiti televisivi e sulla Rete, ci fanno vedere come
la protesta sia portata avanti principalmente da giovani e
giovanissimi. Che si tratti di laici o di monaci, si tratta sempre di
persone che non erano nemmeno nate nel 1959. Che nonostante tutta la
retorica e la disinformazione cinese continuano ad essere fedeli
all’identità tibetana e non si piegano al pugno di ferro di Pechino.
Che continuano a sperare e a lottare per un Tibet libero. Per rangzen,
il termine tibetano che designa l’indipendenza così come quello
sanscrito swaraj di gandhiana memoria.
Non a caso “Rise up, resist, return” (Insorgi, Resisti, Ritorna) è lo
slogan principale di quella “Marcia Verso il Tibet” che cinque
organizzazioni della diaspora tibetana hanno fatto partire da
Dharamsala il 10 marzo e che attualmente, dopo un primo stop provocato
dalla polizia indiana che il 13 marzo aveva arrestato i primi cento
marciatori, è ripresa e proprio oggi ha lasciato lo stato indiano
dell’Himachal Pradesh ed è entrata in quello del Punjab puntando verso
Nuova Delhi. Oggi il popolo tibetano sente che l’occasione olimpica
mette come non mai la Repubblica Popolare Cinese sotto i riflettori
dell’opinione pubblica internazionale e questa consapevolezza, insieme
alla sempre più forte disperazione, ha acceso una scintilla che a Lhasa
come a Dharamsala, come in tanti altri luoghi ha convinto i tibetani ad
agire. Credo sia importante sottolineare il peso che proprio la “Marcia
Verso il Tibet” intrapresa dagli esuli in India ha avuto e continua ad
avere per la situazione tibetana. Anche se sono da escludere le
capacità organizzative di cui parlano i cinesi, che accusano la “cricca
del Dalai Lama” di essere la responsabile dell’insurrezione di questi
giorni, è però molto probabile che le notizie della “Marcia” diffuse in
Tibet attraverso un passaparola di telefonate, Sms, Mms, lettere (non
Internet perché in Tibet la comunicazione telematica è strettamente
controllata dall’apparato poliziesco), ascolti collettivi dei programmi
di Radio FreeAsia, siano state per i tibetani una ulteriore spinta a
protestare. E infatti tra il 10 e il 13 marzo, mentre in India la
“Marcia Verso il Tibet” si snodava lungo le strade dell’Himachal
Pradesh, a Lhasa cominciavano a tenersi le prime manifestazioni.
Dapprima sparuti gruppi di monaci poi masse sempre più ingenti di laici
e religiosi, sono scese nelle strade della capitale tibetana per
protestare contro l’occupazione cinese.
Sarà bene ricordarlo. Si è trattato per almeno tre giorni di
manifestazioni assolutamente pacifiche dove non è volata nemmeno una
pietra ma si sono uditi solo slogan e preghiere. Nonostante questo
Pechino ha risposto immediatamente con la solita brutalità e durezza.
Manifestanti arrestati e torturati in prigione, asfissianti controlli
di polizia, monasteri assediati per impedire ai monaci di uscire. Ed è
a questo punto che la collera dei tibetani è esplosa incontenibile
contro ogni segno visibile della presenza cinese. I simboli
dell’occupante (negozi, edifici, automobili) sono stati presi a
sassate, divelti e a volte dati alle fiamme. In qualche sporadico caso
a fare le spese della frustrazione tibetana sono stati anche alcuni
coloni cinesi. I nodi di decenni di vite vissute come cittadini di
terza classe nel proprio Paese, decenni di angherie, umiliazioni,
sofferenze, discriminazioni sono infine venuti al pettine.
E’ difficile capire cosa stia passando nella testa della nomenclatura
cinese in questo momento. Difficile stabilire se il segnale che sta
arrivando loro dalle vie e dalle piazze di Lhasa, dai monasteri e dai
villaggi dell’Amdo (luogo natale dell’attuale Dalai Lama) e del Kham,
perfino da alcuni insediamenti dei nomadi, li farà recedere dalla
posizione di totale chiusura in cui si sono autorinchiusi. Difficile
capire se almeno qualcuno nelle stanze dei palazzi del potere di
Zhongnanhai stia rimpiangendo di non aver dato ascolto e spazio alla
posizione moderata e disponibile del Dalai Lama. Di aver sempre sempre
chiuso in faccia la porta alla richiesta di dialogo del Dalai Lama. Di
aver detto sprezzantemente ai suoi inviati che “non esiste alcun
problema tibetano”.

Di almeno una cosa però adesso, grazie all’eroismo e al sacrificio
di centinaia di persone, possiamo essere certi. Hu Jintao, Wen Jiabao e
gli altri autocrati di Pechino hanno dovuto prendere atto che esiste un
“problema tibetano”. A caldo stanno dando la colpa alla “cricca del
Dalai” ma non si deve escludere che possano aver compreso come in
realtà stanno le cose. Ed ora si trovano di fronte ad un bivio. Possono
illudersi di pensare di risolvere il problema con ancora più
repressione, ancora più torture, ancora più condanne a morte, ancora
più coloni oppure, realisticamente, comprendere una buona volta
l’irriducibilità della questione tibetana. Probabilmente è per loro
l’ultima spiaggia. Perché se non ottiene almeno una modesta apertura di
credito, la ragionevole politica del Dalai Lama non avrà più alcuna
chance agli occhi del suo popolo che già oggi, nonostante l’immensa
devozione che lo circonda sul piano religioso, politicamente non
convince settori significativi della sua gente.

Nei prossimi giorni vedremo cosa accadrà nel Paese delle Nevi. E’
di pochi istanti fa la notizia che il Dalai Lama, come gesto estremo
per porre termine alla carneficina e in risposta alle accuse cinesi di
essere il mandante delle manifestazioni, si è dichiarato disponibile a
dare le “dimissioni” dalla guida del suo governo. Si tratta
probabilmente di una minaccia indirizzata ai dirigenti cinesi affinché
gli consentano di poter continuare a chiedere al suo martoriato popolo
moderazione. Nei fini e nei mezzi. Dubito che possa essere ascoltato
con autentica sincerità da quanti hanno ancora le mani lorde del sangue
di centinaia di vittime e non smettono di ricoprire l’Oceano di
Saggezza di insulti e contumelie. Comunque vadano le cose però, ritengo
che sia indispensabile che continui in India il movimento gandhiano
della “Marcia Verso il Tibet” che potrebbe divenire per la questione
tibetana, quello che la “Marcia del sale” del Mahatma Gandhi
rappresentò per la lotta di liberazione dell’India. E’ fondamentale che
la vitalità, l’energia, l’entusiasmo, che la “Marcia Verso il Tibet”
sta suscitando tra i tibetani e i loro sostenitori internazionali non
si spengano e anzi vengano continuamente alimentati. Solo così infatti
le donne e gli uomini del Tibet, dentro e fuori il loro Paese, potranno
trovare la forza, l’energia, l’ispirazione per continuare la lotta
senza soccombere ai demoni della rabbia cieca, della disperazione e del
furore. Solo così la scintilla della battaglia per un Tibet libero
potrà rimanere ben viva e visibile a tutti. Anche ai cinesi di buona
volontà.

Perché il Tibet viva.

*Piero Verni

Giornalista e studioso delle culture indo-tibetane da oltre
vent’anni compie viaggi di studio e ricerca in India, Tibet e nella
regione himalayana e a queste aree geo-culturali ha dedicato numerosi
articoli e reportage apparsi su pubblicazioni italiane e straniere.
Sulle società e sulle tradizioni dello Himalaya, dell’India e del Tibet
ha anche scritto diversi libri, tra i quali Vivere in India (Milano
1977); Guida all’India (Milano 1973, 5 edizioni); Dalai Lama. Biografia
autorizzata (Milano 1990, nuova edizione aggiornata e ampliata Milano
1998); Tibet: le danze rituali dei lama (Firenze 1990), Mustang, ultimo
Tibet (Milano 1994). Piero Verni è inoltre autore di alcuni
documentari, tra i quali: Ladak: feste di inverno nel piccolo Tibet;
Mustang, ultimo Tibet; Tibet, cuore dell’Asia; Il mio Tibet

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